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  • Panta rhei: che cosa significa?

    Panta rhei: che cosa significa?

    Panta rhei: che cosa significa?

    Panta rhei è un’espressione tratta dalla filosofia greca per indicare che “tutto scorre”.

    Solitamente si attribuisce questo concetto ad Eraclito, filosofo vissuto ad Efeso tra il VI e V secolo, in realtà non disponiamo di documenti scritti attribuibili ad Eraclito, ma ad un suo discepolo, Cratilo, che ha sviluppato  e approfondito la teoria del maestro.

    Eraclito
    Eraclito

    Ma in che cosa consiste il pensiero di Eraclito, a che cosa si riferisce il famoso “panta rhei”?

    Il compito dei filosofi di quest’epoca presocratica è cercare il principio dell’universo: Talete l’aveva individuato nell’acqua, Anassimene nell’aria, Eraclito lo vede nel fuoco, “un fuoco sempre vivente”.

    Eraclito è fisso su un’idea centrale, profondamente metafisica: l’essere è fluire, è processo.

    Il mondo consiste in un trasformarsi perenne, in un dissolversi e risolversi con ritmo incessante, con moto infaticabile. La realtà appare ad Eraclito in continuo divenire, in continua trasformazione.

    Tutto muta e passa da uno stato all’altro e il perpetuo fluire e trasformarsi della natura è il carattere distintivo della vita.

    Eraclito descrive il mondo come un flusso perenne in cui tutto scorre (panta rhei), esattamente come le acque di un fiume: non ci si può mai bagnare due volte nella stessa acqua. 

    La figura fisica più adeguata per esprimere questo concetto, secondo Eraclito, è il fuoco: la fiamma sembra una cosa che non muta, e invece continuamente si trasforma in vapore e continuamente è alimentata dal combustibile che arde: quanto più è ferma e dritta e definita nei suoi contorni per l’occhio che la contempla, tanto più intenso è il processo di combustione e rapido il movimento interno secondo cui si trasforma il combustibile.

    Tutto esiste in quanto scorre, in quanto cambia.

    Quando crediamo di aver fermato un oggetto e diciamo “questo è“, ecco che ci troviamo di fronte qualcos’altro, in cui esso si è tramutato e dunque il suo opposto.

    Si vive proprio perché si muore,senza che questo morire sia un finire totale: viviamo sempre del nostro morire.

    E così, quando crediamo di definire due oggetti contrapponendoli l’uno all’altro, ecco che ci accorgiamo che non si può pensare all’uno senza riferirsi all’altro: la molteplicità degli opposti si risolve in un’unità che li comprende tutti (esempi: vita e morte, sonno e veglia, giovane e vecchio…)

    Lo stato di quiete è infatti  solo il risultato di equilibrio di forze e di tensioni opposte.

    Non si tratta di conciliare gli opposti, di superare la guerra in una pace perpetua: questo significherebbe distruzione dell’universo, soppressione della sua vita. Gli opposti, infatti, si trasformano reciprocamente l’uno nell’altro

    Tutto muta, ma vi è una legge del mutamento che non muta, vi è una ragione eterna di ciò che scorre nel tempo. Questa ragione è celata nelle cose, ma è compito del filosofo cercarla, cominciando innanzi tutto nella profondità della propria anima, guardando dentro se stessi.

    L’uomo saggio non si immedesima nella parzialità dei contrari, ma fa suo il principio di unità espresso dal Logos, la ragione universale.

    Si dice Panta Rei o Panta Rhei?

    Abbiamo trovato una domanda su yahoo Answers, su come si scrive Panta Rhei che chiede:

    RAGAZZI MA E’ CORRETTO DIRE PANTA RHEI?
    CIOE’ SCRIVERLO CON LA “H”
    MI SONO DOCUMENTATO E SUL MIO LIBRO DI FILOSOFIA CI STA SCRITTO PANTA RHEI.
    PERO’ MOLTI LO SCRIVONO PANTA REI

    Noi preferiamo indicare la versione con la h come fa il libro di filosofia del nostro amico, anche se molti effettivamete utilizzano anche Panta Rei.

    Vota il significato di Panta rhei: 

  • Avverbi: che cosa sono? [GUIDA 2021]

    Avverbi: che cosa sono? [GUIDA 2021]

    Vuoi sapere come riconoscere gli avverbi? Vuoi sapere quali tipologie di avverbi esistono? Continua a leggere per scoprire definizioni ed esercizi svolti ed esempi che ti possono essere utili. Se hai compiti da fare che non capisci o non sai come risolvere lascia un commento e ti aiutiamo noi!

    Avverbi: definizione

    L’avverbio è una parte invariabile del discorso che si aggiunge ad un verbo per completare e precisare meglio le caratteristiche dell’azione che esso esprime. Quasi sempre è posto dopo il verbo stesso.

    Come riconosco un avverbio?

    Riconosco un avverbio perché  spesso segue un verbo e non cambia la desinenza.

    Luca  gioca:   –laggiù (luogo)  –volentieri (modo)   –raramente (tempo) –  molto (quantità)

     Come distinguo gli aggettivi indefiniti dagli avverbi?

    Poco, molto, parecchio, troppo  possono essere sia aggettivi indefiniti sia avverbi. Come distinguerli?

    Sono aggettivi indefiniti quando accompagnano un nome e si accordano in genere e numero con esso: Ho letto parecchie riviste.  In genere ho poco tempo libero. Nessuna donna è più bella della mia mamma.

    Sono avverbi di quantità quando accompagnano un verbo o un aggettivo e sono invariabili: Ho lavorato parecchio, senza risultati. Questa storia mi piace poco. Ieri non ho studiato nulla.

    Che cosa  può modificare un avverbio?

    • Un verbo:  Non sapevate che hanno traslocato? Mio nonno abita lontano. Mangiar sano fa bene alla salute.
    • Un aggettivo: Anna è molto simpatica. Anna è sempre puntuale. Il tuo lavoro è quasi finito.
    • Un altro avverbioVedi quel negozio? L’autobus passa lì vicino. Mi sono preparata molto bene per l’esame. Ti chiedo di arrivare più presto. Torno da scuola quasi sempre con lui.
    • Un’intera fraseNon è venuto a scuola. Sicuramente, se lanci una palla ricade a terra.

    La forma degli avverbi

    • possono essere costituiti da un’unica parola (bene, sempre, ieri, pazientemente.…)
    • oppure da più parole, collegate in forma fissa (a dirotto, alla bell’e meglio, a ragione, a faccia a faccia, a piedi, per ora, all’antica, quasi quasi, di sicuro, in fretta, di sopra, a poco a poco, di bene in meglio, or ora. Queste espressioni si definiscono locuzioni avverbiali.

    Tra gli avverbi formati da una sola parola distinguiamo:

    • avverbi  semplici che hanno una propria forma particolare:  domani, sempre, poi, non, quasi, oggi, ieri, sopra, sotto, bene, male, tardi, presto….
    • avverbi composti ( formati da due o più parole che però si sono saldate, tanto da formare un tutto unico).. talvolta, talora, dappertutto, indietro, perfino, appunto, stasera e anche adagio e invece.
    • avverbi derivati  che finiscono in -mente, aggiunto alla forma femminile singolare dell’aggettivo corrispondente: attenta-mente, improvvisa-mente, certa-mente, profonda-mente, vera-mente, lenta-mente, fortunata-mente.
    • avverbi che finiscono in -oni: bocconi, ciondoloni, tastoni, carponi, ginocchioni….
    • avverbi costituiti da aggettivi, che in questo caso sono diventati invariabili: molto, poco, tanto, solo…

    Tipi di avverbi: il significato

    In base al significato possiamo distinguere gli avverbi in sei categorie:

    • avverbi di modo o qualificativi
    • avverbi di tempo
    • avverbi di luogo
    • avverbi di quantità
    • avverbi interrogativi ed esclamativi
    • avverbi di giudizio

    Avverbi di modo

    Avverbi di modo: chiariscono  la modalità secondo cui avviene un’azione, in un certo senso ne indicano una qualità: ecco perché vengono chiamati anche qualificativi. Sono soprattutto avverbi che finiscono in –mente e in –oni.  Mi parlava dolcemente. Procedeva a tentoni perché c’era buio.

    Sono avverbi di modo: bene, male, così, volentieri, invano, piano, forte, adagio, presto, velocemente,insieme, comunque,dolcemente, sottovoce, sufficientemente.. Sono locuzioni avverbiali di modo: di corsa, in fretta, in fretta e furia, di nascosto, a poco a poco, di buon grado, controvoglia, a dirotto, a vanvera, alla leggera, alla bell’e meglio,a mano a mano, passo passo.

    Può assolvere la funzione di avverbio di modo anche un’aggettivo qualificativo nella forma maschile singolare: Parlava veloce e rideva forte. Mangiar sano è mangiare leggero. Vesti giovane.


    Avverbi di Luogo

    Avverbi di luogo: indicano un luogo in relazione con l’azione espressa dal verbo

    Sono avverbi di luogo: dietro, davanti, avanti, sopra, sotto, dentro, fuori, vicino, lontano,qui, qua, lì, là, altrove, dappertutto, lassù, quaggiù, su, giù, dovunque, oltre, via. Gli avverbi lì, là, che vanno scritti con l’accento per distinguerli dal  pronome (la) e dall’articolo (li), indicano luoghi lontani sia da chi parla che da chi ascolta. Es: Appoggia i libri lì, sul tavolo.  Abita là, dalla parte dello stadio.

    Sono locuzioni avverbiali di luogo: di sopra, di sotto, di qui, di là, a destra, a sinistra, di fianco, di lato, per di là….

    Hanno funzione di avverbi di luogo le particelle ci, vi, ne quando accompagnano un verbo e indicano una posizione, un luogo:  Ci sei andato? (sei andato là?) Ne vengo ora (vengo ora di là) Vi tornerò volentieri (tornerò là)

    Ci siamo tutti? ( siamo tutti qui?)


    Avverbi di tempo

    Avverbi di tempo: indicano la circostanza di tempo in cui avviene l’azione espressa dal verbo.

    Sono avverbi di tempo: oggi, ieri, domani, stasera, stamattina, stanotte, l’altro ieri, dopodomani, subito, ora, adesso, prima, allora, poi, presto, tardi, mai, ancora, sempre, spesso, già, finora, immediatamente, raramente, infine, talvolta, recentemente...

    L’avverbio mai indica un evento che non si svolge in alcun tempo e rafforza la negazione: Non viene mai a trovarmi. Non siete mai attenti.

    L’avverbio mai può essere usato anche in senso positivo, ma solo in proposizioni condizionali: Se avessi mai (per caso, qualche volta) detto ciò, sarei bugiardo  oppure  interrogative: Sei mai (per caso, qualche volta) stato a Lucca? Chi l’avrebbe mai detto?

    Sono locuzioni avverbiali di tempo: di giorno, di notte, di sera, di mattina, per sempre, un giorno, una volta, di quando in quando, di nuovo, di solito, alla fine, in breve, in definitiva, d’un tratto, per tempo, di buon’ora, nel frattempo, in men che non si dica, prima o poi…


    Avverbi di quantità

    Gli avverbi di quantità: indicano la misura secondo la quale avviene l’azione espressa dal verbo

    Sono avverbi di quantità: molto, poco, assai, abbastanza, parecchio, niente, piuttosto, circa, quanto, tanto, più, meno, troppo, affatto, altrettanto, quasi, soltanto, almeno. Abbastanza viene usato soprattutto nella lingua orale: Il problema si presenta abbastanza generico. Affatto di solito serve a rafforzare una negazione:  Oggi non ho studiato affatto (per niente).

    Sono locuzioni avverbiali di quantità: all’incirca, press’a poco, su per giù, più o meno, fin troppo.


    Avverbi interrogativi ed avverbi esclamativi

    • Gli avverbi interrogativi ed esclamativi: servono ad introdurre una domanda diretta o un’esclamazione.

    Sono avverbi interrogativi: come?, perché?, quando?, dove?, quanto?, da quando? – Come stai? – Perché non rispondi? – Quando torni?  -Quanto costa? – Come abbiamo giocato bene! – Quanto mangi!

    Come distinguere gli avverbi dalle congiunzioni subordinanti?

    Parole come perché, come, quanto, dove, quando possono essere sia avverbi interrogativi sia congiunzioni subordinanti. Come distinguerli?

    • Sono avverbi interrogativi quando introducono una domanda diretta:

    Quando parti? Perché devi sempre interrompere? Quanto dista Bologna da Milano? Come si chiama il tuo amico?

    • Sono congiunzioni subordinanti quando legano alla principale una proposizione causale, temporale, modale, interrogativa indiretta: 

    Quando parti, ricordati di prendere l’ombrello. Laura si veste sempre come suggerisce la moda. Andai a letto perché ero stanco. Luca voleva sapere quanto dista Bologna da Milano.


    Avverbi di giudizio

    Gli avverbi di giudizio: esprimono una valutazione che riguarda lo svolgimento dell’azione indicata dal verbo. Tale giudizio può avere valore di

    • affermazione: sì, certamente, certo, sicuro, ovviamente, davvero, proprio, appunto, naturalmente. Esatto ed ok sono entrati nell’uso da non troppo tempo. Esatto può essere sostituito da certo, certamente. Ok può essere sostituito da va bene, d’accordo. Es. Sì, verrò certamente anch’io
    • negazione: no,non, niente, per niente, minimamente, niente affatto, nemmeno, neppure, neanche. Non è l’avverbio fondamentale della negazione e viene sempre posto prima del verbo: Non è mai arrivato! Mica  è una forma dell’italiano parlato, ha valore negativo e significa “per nulla” Es. Non sono mica capace di fare questo esercizio.  Mica stupida la ragazza!
    • dubbio: forse, probabilmente, presumibilmente, quasi, eventualmente, magari, circa, se mai, per caso. Es. Probabilmente si sposeranno in Maggio.
    • aggiunta: inoltre, anche, pure, perfino Es. Verrà anche sua sorella
    • valutazione: purtroppo, fortunatamente, sfortunatamente, stranamente, per fortuna Es: Sfortunatamente la zia è caduta dalla scala

    Ecco è un avverbio particolare: serve a richiamare l’attenzione su qualcuno o qualcosa che appare all’improvviso. Es.  Ecco l’autobus, andiamo.  Ecco Elisa, possiamo partire. Eccomi qua.


    Esempi di analisi grammaticale

    • Stasera o forse stanotte pioverà

    Stasera = avverbio di tempo

    o = congiunzione disgiuntiva

    forse = avverbio di dubbio

    stanotte  = avverbio di tempo

    pioverà = voce verbo piovere con. 2° modo indicativo, tempo futuro semplice, 3° persona singolare, intransitivo attivo.

    • L’acqua di alcuni fiumi scorre  rapidamente

    L‘= articolo determinativo femminile singolare

    acqua = nome comune di cosa, femminile, singolare, concreto, primitivo

    di = preposizione semplice

    alcuni = aggettivo indefinito maschile plurale

    fiumi = nome comune di cosa, maschile, plurale, concreto, primitivo

    scorre = voce del verbo scorrere 2° con. modo indicativo, tempo presente, 3° persona singolare, intransitivo attivo.

    rapidamente = avverbio di modo

    • Mangiò molto e non digerì

    Mangiò = voce verbo mangiare 1° con. modo indicativo tempo passato remoto 3° per. sing. transitivo attivo

    molto = avverbio di quantità

    e = congiunzione copulativa

    non = avverbio di negazione

    digerì = voce verbo digerire 3° con. modo indicativo,  tempo passato remoto, 3° persona singolare,  transitivo attivo

    • Ci piace la tua cartella:  Ci = a noi = pronome personale
    • Ci andremo domani: andremo ci = là = avverbio di luogo
    • Vi ha chiesto di venirci?

    Vi = (a voi) pronome personale

    ha chiesto = voce verbo chiedere, 2° con. modo indicativo, tempo passato prossimo, 3° persona singolare, transitivo, attivo

    di = preposizione semplice

    venire= voce verbo venire 3° coniugazione, modo infinito, tempo presente, intransitivo attivo.

    ci= (là, in quel luogo) avverbio di luogo

    • Me ne vado= vado via di qua. Ne = avverbio di luogo
    • Quanti gelati! Ne avrai a volontà.  Ne = di gelati = di loro = pronome personale

     

    Vota qui l’articolo di significa sugli avverbi!: 


  • Come analisi grammaticale

    Come analisi grammaticale

    Come analisi grammaticale

    Cerchi “come analisi grammaticale”? Oggi vediamo insieme l‘analisi grammaticale di “come” perchè non del tutto semplice, quindi proviamo ad analizzarla insieme.

    Come: è una parola invariabile, quindi si può definire avverbio o congiunzione, dipende dal contesto.


    Come può essere avverbio interrogativo

    Come – Esempi avverbio interrogativo

     Come va?  Come hai fatto a vincere quel premio? Come mai sei partito?  Come dici? Come posso fare ciò che chiedi? Com’è finito il primo tempo?

    Come può essere avverbio esclamativo

    Come – Esempi avverbio esclamativo

    Come sei bello! Come mi sei mancato! Come sono felice di vederti!  Ma come! Come sono stato cieco a non vedere! Come abbiamo giocato bene domenica! Come sono stanco! Oh, come vorrei che tu venissi con me!


    Come  diventa congiunzione nelle domande indirette, quando unisce due verbi o due proposizioni,

    Come – Esempi  congiunzioni subordinanti

    •  La congiunzione come nelle frasi seguenti introduce delle proposizioni interrogative indirette.

    Dimmi come stai.  Non so come hai fatto a vincere quel premio. Vorrei sapere come si chiama questa via. Non sapevo come giustificarmi. Mi chiedo come puoi essere così ostinato. Mi domando come tu possa essere così paziente.

    • La congiunzione come nelle frasi che seguono introduce la proposizione modale

    Fa’ pure come meglio credi. Ho svolto il compito come ha suggerito l’insegnante. Ti parlo come farei con un figlio. Ti comporti come se fossi colpevole. Ho visto come sei scappato. Mi salutò con gentilezza, come fa abitualmente. Parlava come suggeriva il buon senso.

    • La congiunzione come negli esempi che seguono introduce la proposizione comparativa.

    Ho agito così come il cuore mi dettava. Luca è vivace come lo era suo fratello. Lo spettacolo non era così interessante come descritto. Amatevi come io vi ho amato. La situazione è peggiore di come pensavo.

    • La congiunzione come nelle frasi seguenti introducono una proposizione temporale.

    Come ho finito i compiti, esco. Come ebbe detto ciò, partì. Luca, come vede una rosa, crede che abbia inizio la primavera. Come cala la nebbia, la temperatura si abbassa notevolmente.

    • Raramente la congiunzione come introduce una proposizione soggettiva

    E’ desolante constatare come nessuno ami più il silenzio.


    Un libro interessante e molto semplice per studiare l’analisi grammaticale è questo di Camillo Bortolato:

    Come analisi grammaticale - Analisi grammaticale e logica al volo

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    Se avete qualche esercizio di analisi grammaticale, mi raccomando, scrivetelo nei commenti, lo staff di Significa vi aiuterà a risolverlo!

    Vota l’articolo “Come analisi grammaticale“: 

  • Mise en abyme [GUIDA 2020]

    Mise en abyme [GUIDA 2020]

    Cosa significa “Mise en abyme”?

    MISE EN ABYME: (o anche mise en abîme o mise en abyme, dal francese “messa in abisso”)

    Significa collocazione nell’abisso.

    Trae origine dal linguaggio araldico e  vuol significare la ripetizione di una stessa figura dentro il campo di uno stemma nobiliare che viene riprodotta più di una volta, rimpicciolito, ma sempre uguale e sempre all’interno di se stessa, come nelle scatole cinesi.

    In letteratura la – mise en abyme – indica un particolare tipo di  “storia nella storia”, perché la storia a livello più basso riassume alcuni aspetti della storia di livello più alto.

    Vediamo alcuni esempi di immagini:

    mise en abyme
    mise en abyme

    oppure in questo quadro si vede ripetuto all’infinito il bambino

    mise en abyme quadro
    mise en abyme quadro

    Vota qui il significato di “mise en abyme”: 

  • Cliffhanger significato: scopri cosa significa e la migliore traduzione! [2020]

    Cliffhanger significato: scopri cosa significa e la migliore traduzione! [2020]

    Ti stai chiedendo il signficato di cliffhager? Leggi qui per trovare le risposte alle tue domande e non esitare a chiedere nei commenti!

    Significato di cliffhanger

    Cliffhanger è un espediente narrativo utilizzato in letteratura, nelle opere cinematografiche e nelle serie TV col quale la narrazione o la scena si interrompe bruscamente con un colpo di scena o con un altro momento culminante ricco di suspense.

    Tipicamente la tecnica del cliffahanger viene utilizzata per concludere un episodio per creare un sentimento di forte curiosità nel lettore o nello spettatore per invogliarlo a seguire il prossimo episodio o acquistare il prossimo libro.

    Si tratta di uno stato di tensione con cui si assiste al succedersi di fatti complicati dei quali non si riesce a prevedere l’esito.

    La definizione di ilragazzini riporta testualmente “episodio di serial che si chiude su una nota di forte suspense”.

    Si potrebbe anche tradurre come “film o racconto mozzafiato”.

    In alcuni contesti particolari come “gare, elezioni, etc”, si può definire un evento ricco di suspense, da cardiopalmo.

    Alcuni testi traducono “cliffhanger” come rimane appeso a un precipizio come nella scena famosa di Silver Stallone.

    In questo caso si fa riferimento ad una situazione stereotipale di suspese dei film di azione.

    Quando è utilizzato il cliffhanger

    Il cliffhanger viene spesso impiegato anche a fine stagione in particolare per le serie televisive.

    Lo spettatore rimane con il fiato sospeso fino all’inizio della stagione successiva, che aspetta con ansia e trepidazione. Questo stacco narrativo può essere utile nel caso in cui sia incerto il ritorno di un attore l’anno successivo: il personaggio in questione si troverà in una situazione di vita o di morte, dalla quale uscirà o meno a seconda della decisione dell’interprete di restare o lasciare lo show.

    Wikipedia ci spiega inoltre che la “ripresa” della narrazione viene chiamata in termine tecnico “hook”. 

    Cliffhanger
    Cliffhanger

    Cliffhanger: esempi di utilizzo in lingua inglese

    That film had a cliffhanger. I didn’t know until the very end who did the crime.

    Il sito http://lostpedia.wikia.com/wiki/Literary_techniques riporta questa spiegazione in inglese:

    A cliffhanger ending is a plotting device in which a movie, novel, or other work of fiction contains an abrupt ending, often leaving the main characters in a precarious or difficult situation.

    This type of ending is used to ensure that, if a next installment is made, audiences will return to find out how the cliffhanger is resolved.

    Many Lost episodes/seasons cut to commercial breaks, or end, on a cliffhanger.

    Vota qui cliffhanger significato

  • Sintagma

    Sintagma: definizione

    Per sintagma si intende una combinazione di elementi nella catena parlata, ossia un gruppo di elementi che forma un’unità in una struttura gerarchizzata (gruppo nominale, gruppo verbale….)

    Secondo Roman Jakobson “L’atto linguistico implica una selezione di certe unità linguistiche e la loro combinazione in unità linguistiche maggiormente complesse”.

    Così la frase –La mamma di Maria è un’insegnante appassionata– è corretta, perché sia la scelta del lessico (le selezioni semantiche) sia i rapporti fra le parole nella struttura della frase ( ovvero le combinazioni sintattiche) sono conformi alla grammatica italiana.

    Se invece diciamo -Di mamma la un’appassionata insegnante è  Maria- non avremmo più una frase, ma un ammasso di parole. L’ordine e la linearità, cioè la disposizione delle parole in un determinato modo e in una successione temporale, sono aspetti imprescindibili della sintassi italiana.

    Mentre in latino posso dire: – Magister bonum discipulum laudat oppure – Bonum discipulum magister laudat  e anche  – Magister laudat bonum discipulum in italiano posso dire solo – Il maestro loda il buon allievo che è molto diverso dal dire – Il buon allievo loda il maestro.

    Ciò dipende dal fatto che in latino le funzioni logiche (soggetto, complementi) sono indicate dai casi, hanno cioè dei morfemi grammaticali ( ad esempio: –um = accusativo singolare della 2° declinazione maschile singolare) che ci danno un’informazione sintattica, indipendentemente dal posto che occupano nella frase.

    Il italiano non abbiamo le declinazioni: le parole variano per il numero (singolare, plurale), ma non per le funzioni, che di solito sono introdotte da preposizioni semplici o articolate:nella frase -La mamma di Maria – di- introduce il complemento di specificazione, in latino sarebbe – Mariae mater, dove la terminazione – ae- del genitivo corrisponde alla preposizione italiana –di.

    Anche in moltissime altre lingue non esistono ( o non esistono più)  le declinazioni come nel francese, nello spagnolo, nel portoghese, nell’inglese…. ( mentre il tedesco, il russo, il greco e altre sono lingue con le declinazioni).

    Se consideriamo la nostra frase La mamma di Maria é un’insegnante apprezzata secondo l’analisi logica tradizionale sarebbe

    La mamma = soggetto

    di Maria= complemento ( di specificazione)

    é = copula

    un’insegnante = nome del predicato

    apprezzata = attributo del nome del predicato

    Questo tipo di analisi é “metalinguistico” cioè fatto sulla lingua, ma non riguarda il comportamento della lingua. E’ un’analisi logica e astratta e adattabile quindi ad ogni lingua, tanto che i concetti di “soggetto” e di “predicato” si ritrovano in numerosissimi idiomi.

    L’analisi sintattica proposta dalla linguistica più nuova è diversa: parte dalla struttura della frase per scomporla in gruppi di parole che hanno fra di loro delle relazioni sintattiche anche minime.

    La nostra frase è scomponibile in due parti, dette rispettivamente gruppo nominale (o del nome) e gruppo verbale (o del verbo).

    La mamma di Maria: GN   ovvero gruppo nominale

    è un’insegnante:  GV  ossia gruppo verbale

    Sia il GN sia il GV possono essere più o meno complessi. Una frase minima  é  composta da un solo elemento nominale e da un solo elemento verbale: Mattia corre,  Io mangio. 

    Il GN – La mamma di Maria  può essere a sua volta scomposto in due elementi detti sintagmi (cioè unità sintattiche): – la mamma- e -di Maria. Si può dire che il primo è un sintagma o gruppo nominale, il secondo è un sintagma o gruppo preposizionale (GP) perché introdotto dalla preposizione –di.

    L’altra parte della frase è scomponibile nel verbo (V) e in un sintagma o gruppo nominale. Così che si potrà riscrivere la struttura sintattica dell’intera frase in una formula:

    Fs (=frase semplice) → GN + GV dove il segno → si legge: ” é scomponibile in”. Oppure

    Fs → GN1 + V + GN2

    GN1 → la mamma di Maria

    V → é

    GN2 → un’insegnante appassionata

    Questa struttura della frase può essere rappresentata con diversi grafici, che esprimono visivamente i rapporti tra i vari componenti sintattici. Lo schema che viene usato frequentemente si chiama albero.


    In questo studio abbiamo analizzato un quadro molto generale dei problemi posti dall’analisi sintattica di una frase molto semplice. E’ chiaro che in una frase complessa le cose sono un po’ più complicate.

     

  • Che cos’è “Tanto gentile e tanto onesta pare”?

    Che cos’è “Tanto gentile e tanto onesta pare”?

    Tanto gentile e tanto onesta pare

    “Tanto gentile e tanto onesta pare” è il titolo dal primo verso del sonetto di Dante  Alighieri tratto dalla “Vita Nuova

    Che cos’è un sonetto?

    Il sonetto è una composizione poetica che appartiene alla poesia lirica di stile elevato. Secondo gli studiosi, il padre del sonetto è stato Giacomo da Lentini, il quale ne ha definito la struttura in due quartine e due terzine, con versi endecasillabi, ossia di undici sillabe.  Nel sonetto che stiamo analizzando, lo schema delle rime è il seguente: nelle quartine si evidenzia una rima incrociata (ABBA). Nelle due terzine le rime sono  invertite: CDE – EDC.

    Che cos’è la “Vita Nuova”?

    La Vita Nuova costituisce la prima opera di Dante Alighieri (insieme alle Rime), scritta prima dell’esilio, in cui il giovane poeta tratta dell’amore in maniera stilnovistica. Nelle liriche gli stilnovisti considerano la donna una creatura angelica, strumento di salvezza e capace di portare un messaggio celeste. Questo amore spirituale si può trovare solo in un animo “gentile” ossia di nobile sentimenti, che esprime il suo fervore attraverso la lode.

    La donna che Dante Alighieri amò e cantò con il nome di Beatrice ebbe una forte influenza sulla sua vita e sulla sua poesia. Si tratta di Beatrice Portinari, sostengono gli studiosi, che morì molto giovane a soli 24 anni.

    La Vita Nuova, che Dante compose qualche tempo dopo la morte di Beatrice, ed è una raccolta di poesie collegate ad una narrazione in prosa, scritta per onorare la memoria di Beatrice, e raccontare la storia ideale del suo amore per lei.

    Il titolo deriva dalla consapevolezza che l’incontro con Beatrice in giovane età, quando Dante aveva 9 anni, cambiò l’orientamento della sua vita.

    Dante Alighieri e il Dolce Stil Novo

    Dante fu un poeta stilnovista, anzi fu l’ideatore di questo termine. Secondo Dante, la donna, e in particolare Beatrice, è l’angelo che Dio ha mandato sulla terra perché gli uomini facciano esperienza diretta del Paradiso e si avvicinino maggiormente a Dio. Chi la guarda, allontana dal suo cuore ogni sentimento d’ira e prova una dolcezza che le parole umane non possono esprimere. Sappiamo, infatti, che la stessa Beatrice fu la guida di Dante nel Paradiso.

    La lingua di Dante

    Dante scrive alcune opere in latino ( De vulgari eloquentia, Epistole, Monarchia…), ma il suo capolavoro, La Divina Commedia, è scritta in volgare toscano e in particolare in volgare fiorentino.  Tra il Duecento e il Trecento tre grandi scrittori, toscani di nascita, scrivono in quella lingua, creando straordinari modelli di poesia e di prosa in volgare. I tre scrittori sono Dante Alighieri, autore della Divina Commedia, Francesco Petrarca scrittore di poesie raccolte nel Canzoniere, Giovanni Boccaccio, autore del Decamerone, una raccolta di novelle. Gli scrittori delle altre regioni, affascinati da questi modelli così eccelsi, cominciarono a scrivere nella stessa lingua toscana e così gradatamente il fiorentino fu considerato non più un dialetto, ma la lingua comune degli Italiani.

    Parafrasi

    La mia donna, quando saluta qualcuno, appare dotata di così elevata cortesia, che ogni lingua , tremando, ammutolisce e gli occhi non osano guardarla.

    Ella va, udendo le lodi delle persone, cortesemente atteggiata a modestia e gentilezza, e sembra che sia una creatura venuta dal cielo per testimoniare in terra un evento meraviglioso.

    A chi la guarda, lei si mostra di tale bellezza, che attraverso gli occhi trasmette al cuore una dolcezza tale  che non si può comprendere se non la si prova

    e pare che dal suo volto  emani un dolce impulso d’amore, che va dicendo all’anima: sospira.

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  • Ondivago: che cosa significa?

    Ondivago: che cosa significa?

    Ondivago: che cosa significa?

    Ondivago: se osserviamo l’etimologia della parola, vediamo che deriva dal latino undivagus, a sua volta composto da unda e vagus ovvero vagante. Il significato letterale è quindi – che vaga sulle onde.

    E’ un aggettivo qualificativo composto, il cui plurale è ondivaghi  o ondivaghe, ma è più frequente l’uso al singolare.

    In letteratura è stato usato da Pascoli per definire il vagare  sulle onde del mare di una barchetta. Da Odi ed Inni – L’antica madre  …..V.9  Qui sull’ondivaga prora/ tra il murmure cupo del Faro/ volto il pilota all’aurora/ diceva il tuo nome (Italia).

    In questo caso si parla di una nave che si muove sulle onde del mare in un percorso non lineare, impreciso, sospinta dal vento che impedisce una direzione costante.

    Questo aggettivo, ondivago, è usato più frequentemente con significato allegorico ed è spesso riferito al comportamento indeciso, vago, poco definito di qualcuno: immediatamente il pensiero corre a qualche politico di mestiere, che si comporta in modo tale da ottenere il maggior successo personale, dimenticando principi e coerenza: la storia è ricca di personaggi politici che si sono mostrati molto ondivaghi!

    Anche molti stranieri (politici od economisti) in questi anni vengono definiti -ondivaghi – dai quotidiani rispetto alla loro incertezza  di comportamento nei confronti dei profughi( i politici) o delle scelte fiscali (gli economisti).

    Ma, più semplicemente,  l’aggettivo – ondivago –  può essere adottato  per descrivere l’incedere indeciso, incerto di un bambino che, da carponi,  prova a camminare in modo autonomo: il suo incedere è sicuramente ondivago!

    Anche chi tenta di smettere di fumare con risultati alterni ha  un comportamento ondivago, così come  può essere ondivago il nostro pensiero quando siamo in relax e la mente vaga senza una direzione precisa.

    Quindi chi è ondivago non è costante, coerente, perseverante, stabile e neppure affidabile, saldo e fermo.

    Ondivago definizione del dizionario “Il Devoto Oli”

    Di seguito riportiamo la definizione esatta del termine dal dizionario “Il devoto Oli”:

    ondivago ‹on·dì·va·go› agg. (pl.m. -ghi), lett.

    ~ Che va percorrendo la superficie del mare: le ondivaghe prore (Monti) fig. (non com.). Vago, impreciso, equivoco: un comportamento o.

    ETIMO Dal lat. tardo undivăgus, comp. di unda ‘onda’ e vagus ‘vagante’ =>

    DATA 1810.

    Traduzione in inglese di ondivago

    Il dizionario Italiano-Inglese “Il Ragazzini” versione per iPad riporta questa traduzione:

    a.
    1 (lett.) sea-roving
    2 (fig.) wavering; undecided.

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  • Riassunto: Uno sguardo fatale

    Riassunto: Uno sguardo fatale

    Riassunto uno sguardo fatale di Guido Sgardoli

    Vi proponiamo di seguito il riassunto uno sguardo fatale di Guido Sgardoli. Il libro è acquistabile su Amazon, anche se in certi momenti dell’anno non è disponibile.

    Edizione Mondi Diversi

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 1

    Una questione di nomi

    Nicola era un ragazzo alto, magro e con i capelli rossi e gli occhi verdi di quasi dieci anni. Ma ora è diventato Diablo, il suo cane, un bassotto tedesco buonissimo. Questo Diablo, quando era un cane, si lasciava maltrattare da Giulia, la sorella di cinque anni di Nicola, e da Nicola stesso, che però lo considerava un buon amico.

    Poi è accaduto qualcosa e tutto è cambiato.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 2

    Un brusco risveglio

    Al risveglio, la camera, che di solito è coloratissima, gli appare sbiadita e quando scende dal letto si accorge che al posto delle gambe ha delle zampette cortissime: è diventato un cane con un olfatto molto sviluppato. La mamma  Sara, una bibliotecaria ordinata, urla che il figlio deve essere impazzito perché ha dormito in veranda nella cuccia del cane.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 3

    Una magra colazione

    La comunicazione dei due personaggi è molto difficoltosa: Nicola può solo abbaiare e e vede il mondo giallo- azzurro, proprio come i cani. Diablo si veste in modo improbabile, con le mutande in testa e i calzini nelle mani, suscitando lo stupore della mamma.Al momento della colazione Diablo cerca di afferrare la sua solita brioche, ma deve accontentarsi delle crocchette e delle carote, che al suo palato di ragazzo appaiono disgustose, per cui le sputa, facendo pensare che sia malato.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 4

    Una passeggiatina nel parco

    Mentre Nicola si reca a scuola con la mamma, Diablo viene portato a passeggio dal papà a guinzaglio, non  prima, però, di aver cercato invano qualcosa da mangiare in frigo. L’ex ragazzo non aveva mai considerato che cosa significa vedere il mondo raso terra: si spaventa così tanto che si spaventa e non vuole più proseguire. Ogni cosa è gigantesca e l’odore intorno agli alberi è disgustoso: non può fare la pipì lì!  Quando incontra due cani più grossi di lui non corre a nascondersi, ma pensa di affrontarli come ha fatto con un bullo a scuola. Finalmente il papà lo riporta a casa.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 5

    Una difficile mattinata

    Quando si ritrova in casa da solo, Diablo cerca di fare la pipì nel water, combinando una serie di disastri. Anche la ricerca del cibo provoca una gran confusione in cucina, così come il tentativo di guardare la TV. Il resto del tempo passa molto lentamente e Diablo si annoia e si assopisce. Al suo ritorno, la mamma è furibonda per come il cane ha conciato la cucina e il bagno e per punizione lo chiude in veranda con le solite crocchette.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 6

    Un racconto agghiacciante

    Alla fine del pranzo Diablo si mostra molto comprensivo verso il  suo cane e gli racconta com’è andata la mattinata a scuola: in palestra ha rincorso il pallone e lo ha addentato fino a farlo scoppiare e così si è preso la prima nota, poi ha fatto ridere tutti perché, per la gara di corsa, si è messo a quattro zampe. Il classe nell’ora di storia  si è rivolto all’insegnante dicendole: ” Scialla, sorella” e durante la ricreazione ha leccato la merenda di tutti, finché non si è preso la seconda nota. In classe, poi, per dimostrargli il suo affetto, ha cominciato a leccare il viso di Andrea, il suo migliore amico. Terza nota e sommo divertimento per il cane – bambino.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 7

    Un incontro inquietante

    Nicola cerca di capire come può essere avvenuto lo scambio di persona, ma non trova nessuna giustificazione. E’ il pomeriggio di allenamento di calcio e Nicola si inonda del profumo del padre e non ha nessuna idea di che cosa sia il calcio, ma poi esce con la mamma e il cane al guinzaglio: lo tratta molto bene, non strattonandolo e rispettando i suoi tempi nel fare la pipì. Nel viaggio di ritorno la mamma e Diablo incontrano una compagna di classe, Piera, che guarda il cane con aria sospetta.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 8

    Una fuga geniale

    Una volta a casa, Diablo viene di nuovo segregato in veranda, solo, ad annoiarsi, così comincia a pensare come uscire da quella prigione. La porta è chiusa dall’esterno, ma la finestra è apribile. A quel punto, attraverso secchi rovesciati che fanno da scala, asse da stiro e aspirapolvere, riesce a scendere a terra con molto rumore, ma è finalmente libero.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 9

    Un’illusoria salvezza

    Immediatamente si dirige verso il campo da calcio, ma incontra un cagnaccio grande e grosso, senza padrone,che incomincia a inseguirlo. Diablo mette in atto una strategia per colpirlo con un manico di un rastrello, ma ottiene solo il risultato di farlo imbestialire ancora di più. Così, per sfuggire ad Attila, si infila in una finestra che dà su una cantina buia. Si apre la porta ed entra Piera, che lo racchiude in una cassa per tenerlo come suo cane e se ne va chiudendo a chiave la porta.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 10

    Una situazione da incubo

    Quando  Piera apre la cassa, si ritrova in una rete da granchi  che gli impedisce di scappare e permette alla ragazzina di legarlo con un nodo scorsoio attorno al collo che l’avrebbe soffocato se avesse tentato di scappare.  Poi Piera comincia a tagliargli il pelo, a profumarlo, e a pettinarlo. Gli mette anche il rossetto che gli sporca tutti i denti, poi lo veste da pagliaccio da circo. Infine lo adorna con tre palle di Natale, ma, quando cerca di infilare la spina nella presa di corrente, salta la luce e Diablo si sente  libero. Approfitta dell’ingresso della mamma di Piera in cantina per darsela a gambe.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 11

    Una banda di amici

    Per riprendersi dalla brutta avventura Diablo si nasconde dietro ad un cassonetto della spazzatura e riflette su quanto lui, da bambino, ha imposto al suo cane, che ha sempre accettato  i suoi giochi senza lamentarsi perché era suo amico, senza pretendere niente in cambio. Poi cerca compagnia per passare il pomeriggio e si avvicina ad un gruppi di cani randagi che giocano tra loro e accettano la sua compagnia.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 12

    Un pomeriggio tutt’altro che noioso

    La banda di cagnolini, dopo aver passato  il pomeriggio a rincorre un treno, un  motorino e un gatto, si ritrova affamata e si dirige alla Discarica Pubblica per cercare cibo. Diablo non sopporta la puzza né si adatta a mangiare in quel modo, perciò si allontana alla ricerca di cibo. Entra in un supermercato, ma viene scoperto ed inseguito dal direttore perché ha un pacchetto di biscotti in bocca.Ma i clienti del negozio lo difendono e così è libero di uscire.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 13

    Un finale amaro

    Per risolvere il problema del cibo, Diablo fa cadere una grossa frittella dalle mani di un ragazzone poco svelto, ma non riesce a mangiarla perché gli cade in un tombino. Allora cerca e riesce a a far cadere ogni bontà dal carretto  di un venditore ambulante (che morde anche ad un tallone). Succede una gran confusione e arrivano gli accalappiacani che lo catturano e lo portano al canile.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 14

    Un tentativo disperato

    Il canile è una struttura ad un solo piano in cui si respira un  un gran senso di paura. Diablo viene rinchiuso in una gabbia, da cui cerca subito di fuggire, servendosi di uno spazzolone per premere il pulsante di apertura della porta, ma viene scoperto da due inservienti che intuiscono il suo piano e allontanano lo spazzolone.Il cane che è in gabbia con lui sembra assente e indifferente a tutto.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 15

    Un aiuto inatteso

    Diablo comincia a rassegnarsi a passare la notte in quella cella da solo, perchè il suo compagno non reagisce a nulla, quando dalla finestra del corridoio vede arrivare Nicola, che l’ha seguito dal campo da calcio, guidato dal suo odore. Gli dice che il suo compagno è così triste perché è stato abbandonato. Insieme si apprestano a lasciare il canile quando vengono scoperti da un inserviente.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 16 

    Una grande amicizia

    Mentre cercano di liberarsi mordendo e abbaiando, arriva il dott. Zanetti, che dice che Diablo ha un microchip di riconoscimento sotto la pelle e i suoi padroni lo stanno venendo a prendere, quindi l’impresa di Nicola è stata inutile. Ma il cagnolino abbandonato che fine farà? Naturalmente viene adottato dalla famiglia di Nicola e diventano tutti amici.

    Riassunto uno scambio fatale – Capitolo 17

    Un futuro tutto da scrivere

    Dopo diverso tempo nulla è cambiato: Diablo è diventato un bambino ordinato, ubbidiente e anche bravo in matematica, Nicola è un cane che abbaia, sporca e non ubbidisce. Ancora non si è capito perché è avvenuto lo scambio, forse perché  ognuno si metta nei panni di un altro, persona o animale, per capirlo meglio e diventare più tollerante.

    Riassunto Uno scambio fatale

    Nicola, un ragazzino di dieci anni, una mattina si sveglia trasformato in cane, anzi in Diablo, il suo cane, un bassotto tedesco. La vita si rivela complicata per entrambi: nel linguaggio, nell’abbigliamento (Nicola esce dalla sua stanza con le mutande in testa e i calzini sulle mani), nel cibo.Quando il papà porta il cane ai giardinetti, l’ex ragazzo si rende conto che è molto difficile vedere gli oggetti stando raso terra ed è anche molto complicato fare pipì a comando vicino ad un albero, luogo che risulta molto puzzolente per l’olfatto di un cane. Così, al ritorno a casa, cerca di fare i suoi bisogni nel water, combinando una gran confusione. Poi mette a soqquadro la cucina per mangiare e stacca la spina nel tentativo di guardare la TV.

    Per sfuggire alla noia di una mattina solitaria, Nicola -cane con un sistema ingegnoso di secchi, aspirapolvere e ferro da stiro  si cala dalla finestra e si sente libero.Però incontra  Attila, un grosso cane che lo insegue con aria minacciosa e per sfuggirgli si ritrova prigioniero in una cantina dove Piera, una sua compagna di classe molto strana, lo profuma e lo pettina.

    Riesce a fuggire e si unisce ad alcuni randagi per giocare con loro, ma non li segue quando vanno a cercare cibo in discarica, così, affamato, cerca di rubare prima in un supermercato, poi da un venditore ambulante, ma viene catturato e portato in canile. La situazione sembra disperata quando arriva Nicola (l’ex cane) che tenta di liberarlo perché gli ha sempre voluto bene.

    In realtà sarà liberato dai genitori, che prenderanno a casa anche il cagnolino abbandonato nel canile.

    Non è chiaro il motivo dello scambio: forse per insegnare al ragazzo a mettersi nei panni degli altri per comprendere meglio le loro azioni.

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  • Significato Descrizione Diegetica

    Significato Descrizione Diegetica

    Descrizione diegetica: si ha quando la descrizione dei luoghi è di continuo arricchita da movimenti, considerazioni, gesti dei personaggi che contribuiscono ad arricchire la vicenda. Può essere  anche inserita all’interno della narrazione stessa e, così collegata ai fatti, che diventa difficile separare le sequenze descrittive da quelle narrative.

    Definizione dizionario

    Il dizionario “Il Devoto Oli” riporta questa definizione per il termine diegetico

    diegetico ‹die·gè·ti·co› agg. (pl.m. -ci)

    ~ In semiotica, proprio, caratteristico della vicenda narrata in un’opera letteraria, in un dramma, in un film e dei suoi elementi strutturali (tempi, modi, ecc.).

    ETIMOLOGIA Diegetico

    Dal gr. diēgētikós ‘narrativo’ =>

    DATA prima del 1913

    Diegetico in Inglese

    In inglese diegetico può essere tradotto con il termine “diegetic”.

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